L’uomo, nel suo arrogante percorso evolutivo, si è autocelebrato come la forma di vita suprema, il dominatore incontrastato del pianeta. Eppure, a un’analisi spassionata, si rivela non un essere illuminato, ma l’“uomo predatore di se stesso”, un primate spinto da istinti ed emozioni che, nonostante l’intelligenza sviluppata, continua a operare con la cieca brutalità della preistoria.
Attraverso l’intelligenza e la creatività, l’uomo è riuscito a costruire strumenti di morte e di controllo, ottenendo un vantaggio decisivo sulle altre specie per il dominio dei fenomeni naturali. Ma una volta assunta la posizione di “predatore dei predatori”, il suo istinto di sopravvivenza, anziché placarsi, si è rivolto verso l’interno, trasformando i suoi stessi simili in prede.
La Struttura Circolare del Dominio Senza Umanità
Questa deriva non è casuale, ma è insita nella logica con cui l’uomo ha costruito la civiltà. La Scuola di Francoforte, attraverso Adorno e Horkheimer, ha ricostruito la storia della civiltà come una storia di dominio (Herrschaft) strutturato su un circolo vizioso: il dominio sulla natura esterna, il dominio sulla natura interna (gli istinti), e il dominio sull’uomo stesso (di classe).
Il dominio sulla natura interna richiede l’assoggettamento degli istinti e dei moti interiori, una coercizione che l’uomo esercita su di sé. Questo disciplinamento feroce è la conditio sine qua non per l’essere “sociale”. Come acutamente osservato, l’esistenza naturale, “animale e vegetativa”, è stata vista dalla civiltà come un “assoluto pericolo” e il ricordo della preistoria è stato estirpato “con le pene più tremende”.
La violenza sull’animale è, per i francofortesi, la pietra angolare della reificazione del Sé, un processo che riduce ogni rapporto vivente a un oggetto manipolabile. Il fatto che si dimentichi ciò che si è provato di fronte alla violenza sull’animale è il “trionfo, e il fallimento, della cultura”.
In questo contesto di dominio incessante, l’uomo, pur essendosi evoluto intellettualmente, rimane vincolato a organizzare forme di governo gerarchiche e ad accettare l’imperialismo, legittimando o eleggendo il rappresentante più forte, il dominatore. La storia, in questo senso, è ridotta a una “forma scritta di propaganda dei vincitori”.
La Patologia del Conflitto Interiore ed Esterno
Il fallimento morale dell’uomo, che persiste nel predare i suoi simili, si riflette in un conflitto non solo esterno ma profondamente intrapsichico. La guerra, in questa visione, è stata definita una “malattia genetica, cronica e sociale” dell’uomo, esistente fin dagli inizi della civiltà.
Gli elementi affettivi e personali che giocano nella guerra su vasta scala sono gli stessi che agiscono nei piccoli conflitti interni. La patologia nasce fondamentalmente quando si è in conflitto con se stessi, tra ciò che si vuole e ciò che non si vuole. La nostra parte distruttiva ed espulsiva cerca sempre di buttare il male fuori di sé, creando un “oggetto proiezione del proprio male che diventa proprio nemico”.
Ma la tragedia degli uomini con poca o nessuna umanità risiede nella loro capacità di agire la violenza senza il freno morale della colpa. La violenza è stata staccata dalla colpa, rendendola autonoma e quasi legittimata. Questo atteggiamento favorisce meccanismi politici e comportamentali che inducono la paranoia e spingono a vedere nell’altro un nemico. L’uomo che opera in questo modo è dominato e guidato dall’istinto di sopravvivenza e aggressione, e non viene trattato con umanità.
Un Concetto Distante: L’Umanità di Convenienza
I dominatori utilizzano l’umanità solo come “umanità di convenienza”, funzionale a costituire la struttura sociale e a costruire imperi potenti, ricorrendo alla diplomazia solo per evitare la distruzione totale dei suoi simili, mantenendoli però in uno stato di sottomissione.
La dignità dell’uomo, storicamente, è stata affermata in “distinzione dall’animale”, un’antitesi che ha giustificato lo sfruttamento del vivente. Ma l’impegno materialistico ci invita a riconoscere la comune sofferenza. L’umanità vera, il senso del “bene comune”, è possibile solo se ci sono persone dotate di autonomia morale che agiscono la solidarietà, specialmente verso gli oppressi.
Finché l’uomo, in conflitto con se stesso, non si impegnerà in un atto di riparazione della colpa e di solidarietà con il vivente, la storia non farà che ripetere il suo circolo di violenza, dimostrando che non esiste una storia universale che porti “dal selvaggio all’umanità, ma certo una che porta dalla fionda alla bomba atomica”.
La comprensione della nostra natura dialettica, fatta di distruzione e capacità generativa, è la nostra unica via di fuga. Ma come può una società liberarsi dal giogo del dominio se continua a rifiutare di riconoscere l’orrore che essa stessa è, e a separare la violenza dalla colpa? Vi invito a esplorare più a fondo le vie della riparazione sociale e personale, interrogandovi su come il conflitto intrapsichico si manifesti nelle dinamiche politiche e sociali odierne.
Fonti Consultate:
- Fred W. Voget.Antropologia ed etnologia. Enciclopedia delle scienze sociali (1991). Estratti da Cultura, Personalità e Psicanalisi in Antropologia.
https://www.treccani.it/enciclopedia/antropologia-ed-etnologia_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/ - Marco Maurizi. L’animale dialettico: la critica del domino nella Scuola di Francoforte – Le parole e le cose.
https://www.leparoleelecose.it/lanimale-dialettico-la-critica-del-domino-nella-scuola-di-francoforte/ - Giulio Sapelli e altri. Guerra e Psiche: Il Conflitto Umano.





