La parola “lavoratore” viene dal latino labor, che significa fatica, sforzo. Addirittura da labare, vacillare. È un termine che nasce già col peso della necessità, del sacrificio.
La parola “proletario” deriva da proletarius, cioè colui che non ha nient’altro che i figli: la prole. Non possiede nulla, se non il proprio corpo da vendere per sopravvivere.
E “risorse umane”? Definisce le persone come mezzi a disposizione di un sistema produttivo, non come fini in sé. Come se la nostra esistenza potesse essere convertita in ore-funzione-efficienza, al pari di macchine e materiali.
⸻
In questo contesto, dobbiamo porci una domanda scomoda:
l’1% più ricco è composto da “lavoratori”?
Se lavorare significa vendere il proprio tempo, energia e libertà per vivere, allora no: i vertici economici spesso non lavorano, gestiscono. Possiedono capitali che generano altro capitale. Coordinano, estraggono, investono, spostano denaro e potere. Ma non si svegliano all’alba per timbrare un cartellino o fare un doppio turno.
Eppure, spesso la narrazione vuole che anche loro “lavorino duramente”, rendendo invisibile il privilegio strutturale.
⸻
Nel frattempo, ai “lavoratori” si dedica una festa. Ma cosa stiamo celebrando?
La Festa del Lavoro è nata da lotte durissime, come quella dei martiri di Chicago, per ottenere diritti basilari: 8 ore di lavoro, 8 di riposo, 8 di vita.
Oggi questa festa sembra più una liturgia di consolazione che una celebrazione di giustizia. In un mondo davvero equo, non ci sarebbe bisogno di festeggiare chi lavora.
Si festeggerebbe invece la cooperazione: il contributo consapevole, libero, solidale di ognuno alla vita collettiva.
⸻
La verità è che chi domina non impone solo leggi e finanza: impone anche narrazioni.
• Ci raccontano che chi ha successo è più meritevole, anche se spesso eredita capitale.
• Ci raccontano che la povertà è colpa tua, se non riesci a stare al passo.
• Ci dicono che il lavoro nobilita l’uomo, ma non dicono quale uomo: quello che comanda o quello che obbedisce?
⸻
Finché la dignità sarà legata al salario, e la cittadinanza al contratto, continueremo a celebrare la nostra stessa sottomissione come un atto eroico.
Finché esisterà il concetto di risorse umane, continueremo a considerarci strumenti, non esseri umani completi.
È tempo di cambiare il racconto.
Il lavoro non è una croce da portare, né un totem da idolatrare.
È – o dovrebbe essere – un gesto di cura verso la collettività.
In una società giusta, non ci sarebbero padroni né servi, ma persone che si prendono per mano per vivere insieme.
Festa dei lavoratori? Forse. Ma io sogno il giorno in cui potremo festeggiare la fine del lavoro come lo conosciamo oggi. E l’inizio di una nuova cooperazione tra pari.
L’intelligenza è ancora umana?
Nel mio post precedente riflettevo sul senso profondo della Festa dei Lavoratori e sul ruolo delle narrazioni dominanti nel perpetuare disuguaglianze. Ma oggi la disuguaglianza sta cambiando forma.
O meglio: sta diventando algoritmica.
Chi investe nell’Intelligenza Artificiale non lo fa (nella maggior parte dei casi) per liberare l’uomo dal lavoro, ma per massimizzare profitti, abbattere costi, automatizzare il controllo.
E chi può permettersi di farlo? Sempre loro: l’1%, la stessa élite che prima sfruttava la forza-lavoro fisica e oggi programma agenti digitali per sostituire quella mentale e relazionale.
_________________________
Etimologia come rivelazione:
• Intelligenza
viene da inter-legere:
saper leggere tra le cose. Un atto di discernimento, relazione, empatia.
• Artificiale
viene da ars:
è opera dell’uomo, sì, ma sta sostituendo l’uomo stesso.
• Robot
deriva da robota:
“lavoro forzato” in slavo. Già in origine evocava sfruttamento e ribellione.
• Cibernesi (κυβερνησις),
per i greci, era “governo di sé e della nave”: arte della guida consapevole. Oggi invece è un sistema di automazione cieca.
_________________________
E così, ciò che nasceva come tecnologia al servizio della comunità, oggi rischia di diventare strumento di esclusione.
L’AI promette di “liberarci dal lavoro ripetitivo”, ma poi non offre alternative reali.
Sostituisce il lavoro intellettuale svalutando i professionisti, affidando la creatività a sistemi predittivi, o peggio, a mediocri “copiloti” umani.
Trasforma l’efficienza in ideologia, il margine di profitto in misura del valore umano.
In questa logica, l’essere umano diventa rischio, scarto, anomalia, mentre l’algoritmo diventa il nuovo standard.
Non è solo un problema economico. È un problema filosofico, etico, politico.
_______________
Il nuovo classismo non si basa solo sul denaro, ma sulla capacità di essere sostituiti da una macchina.
E allora chi non è più necessario… viene escluso.
• lavoratori manuali vengono automatizzati.
• lavoratori creativi vengono imitati.
• lavoratori relazionali vengono simulati.
E il capitale continua a concentrarsi, mentre le persone perdono senso, ruolo, identità.
La Festa del Lavoro, in questo contesto, rischia di essere una commemorazione del passato, non una celebrazione del futuro.
Serve un nuovo patto, che affermi che:
• l’umano è più del suo output.
• l’intelligenza vera non si riduce a calcolo.
• la comunità viene prima dell’efficienza.
Solo così potremo immaginare un domani in cui il lavoro non sia più uno strumento di dominio, ma una forma di appartenenza reciproca, partecipata, libera.
Finché non sarà così, continueremo a festeggiare il lavoro…
…mentre chi può davvero permettersi di non lavorare, sta già progettando come sostituirci.





