La mentalità occidentale contemporanea vive immersa in una parola che sembra entusiasmante, ma che in realtà agisce come un acido silenzioso: super. Superare, supersedere, essere superiori, andare oltre. Ogni cosa deve eccedere ciò che l’ha preceduta, ogni sapere deve rendere obsoleto il precedente, ogni oggetto deve squalificare quello che ancora funziona. Non per necessità, ma per principio. Non per migliorare la vita, ma per alimentare un meccanismo che si regge sulla sostituzione continua.
Il concetto di progresso e il progressismo unito e alleato alla scienza applicata al mercato e capitalismo liberista ci ha portato in un mondo conflittuale dove a livello metafisico saperi vanno superati e a livello materiale anche gli oggetti, ha costruito un’idea di progresso ridotta a corsa quantitativa. Si progredisce talvolta migliorando tecniche e prodotti, si cerca di superare modelli precedenti promuovendoli con un “plus” per vendere di più. Ecco la corsa all’efficientamento per consumare meno materiale per produrre di più, ma si accelera anche il ciclo di obsolescenza.
La corsa al superamento può essere deleteria quando l’innovazione non è più risposta a un bisogno umano, ma anticipazione artificiale di un desiderio indotto e quando l’obiettivo reale non è il benessere collettivo, ma la massimizzazione del profitto a vantaggio di pochi investitori, mentre il costo viene distribuito sull’intero corpo sociale e sul pianeta. Le scelte vengono orientate a favorire chi sta sopra.
La parola super, nella sua origine, non è neutra. Significa “al di sopra”, indica una posizione gerarchica, un dominio.
https://www.treccani.it/vocabolario/super
https://www.etymonline.com/it/word/super
Il superintendente, il sovrintendente, il vescovo come sorvegliante e dominante di una comunità: chi sta sopra governa, controlla, decide. Il super non è solo oltre, è sopra qualcuno o qualcosa. È intrinsecamente verticale. La mentalità del super è quindi una mentalità di potere, non di armonia.
Gerarchia, superamento e limiti, la conoscenza irraggiungibile.
Questa smania di arrivare all’apice gerarchico, tuttavia, incontra limiti invalicabili. Il mercato non è infinito, le risorse per produrre non sono infinite, il capitale non è infinito e se lo fa si ritorce in inflazione e mancanza di fiducia, la conoscenza tecnica non è infinita, e neppure la conoscenza umana lo è, possiamo arrivare al limite del cognitivo, del percepibile e dell’umanamente comprensibile e per esempio si sta cercando di superarlo con le macchine che però non riusciamo più a comprendere del tutto. Eppure il sistema si comporta come se ogni limite fosse solo un ostacolo temporaneo da schiacciare, non una soglia da comprendere.
Siamo arrivati a concepire strumenti che tentano di superare, e in alcuni ambiti riescono effettivamente a superare, le capacità umane. Ma superare il limite umano non significa automaticamente liberare l’uomo. Quando ciò che è creato eccede la capacità di comprensione, di controllo e di responsabilità del suo creatore, il rapporto si rovescia. L’uomo non domina più la tecnica, ne diventa funzione. La superintelligenza, reale o simbolica che sia, non porta ordine: scompagina le gerarchie, ma non le elimina. Le rende solo più opache.
Siamo arrivati a concepire strumenti che tentano di superare e per alcuno aspetti riescono a superare le capacità umane. Superando il limite umano l’uomo stesso non può più dominare ma diventa dominato.
Quando anche la superintelligenza mostrerà i suoi limiti, l’uomo smetterà finalmente questa corsa ossessiva verso il super? O resterà all’apice soltanto chi possiede le leve economiche per alimentarla, investirvi e gestirla, mentre il resto dell’umanità verrà congelato in una posizione subalterna, escluso dalla scalata e ridotto a platea passiva?
Ecco che se la superintelligenza va a superare il limite, tutto si scombina e quando la supetintelligenza non può che avere dei limiti, l’uomo sarà giunto finalmente a smettere questa corsa sfrenata verso il super? Rimane all’apice chi alimenta, investe e gestisce la superintelligenza? Il resto sarà fermato nella ricerca sfrenata di scalare e porsi al di sopra?
Il progresso non è sinonimo di miglioramento. L’efficientamento artificiale e la massimizzazione del profitto mettono in luce il lato negativo che ci fa regredire umanamente, si mostra e demonizza ciò che viene espulso: l’inefficienza naturale dell’essere umano, la lentezza, l’errore, la gratuità, tutto ciò che non produce valore economico immediato. È qui che il progresso tecnico coincide spesso con un regresso umano.
È davvero questo il migliore dei mondi possibili? O è semplicemente quello tra i molti che il nostro immaginario, colonizzato dalla logica del super si limita a concepire?
È forse questo il migliore dei mondi in cui vogliamo vivere?
Antitesi: il limite contro il superamento
Da un lato c’è il superamento come dogma: crescere, accelerare, scalare, dominare. Dall’altro c’è il limite come scandalo: fermarsi, restare, abitare una soglia. Il super promette libertà, ma genera dipendenza. Il limite sembra costrizione, ma è ciò che rende possibile una forma. Il super vive di confronto e competizione, il limite di relazione e misura.
Il super produce gerarchie sempre più ripide, il limite riconosce differenze senza trasformarle in dominio. Il super cancella il passato in nome del nuovo, il limite conserva ciò che ha senso perché sa che non tutto ciò che è vecchio è superato. Il super vuole vincere, il limite vuole durare.
Oltre il super: trascendere senza salire
Trascendere il concetto di super non significa tornare indietro né rifiutare la tecnica. Significa uscire dalla verticalità ossessiva che confonde l’“oltre” con il “sopra”. Trascendere non è salire su qualcuno, ma attraversare. Non è dominare, ma integrare. Non è superare l’umano, ma approfondirlo.
Forse il vero atto rivoluzionario oggi non è creare qualcosa di super, ma riconoscere ciò che è sufficiente. Non l’illimitato, ma il compiuto. Non il massimo, ma il giusto. In un mondo che corre per stare sempre al di sopra, scegliere di stare dentro, pienamente, potrebbe essere la forma più radicale di libertà.





