Gli NFT derivano dal movimento cypherpunk, sono una naturale derivazione delle criptovalute, dei progetti nati ideologicamente per restituire potere e autonomia agli individui di fronte a banche, governi, istituzioni e grandi corporazioni.
Gli NFT pretendevano di disintermediare l’arte e la proprietà intellettuale da agenzie, agenti, gallerie d’arte, notai ecc.
Prima ancora che il mondo scoprisse il record storico di Beeple nel 2021, Hal Finney, uno dei primi utenti di Bitcoin, aveva immaginato, già nel 1993, un nuovo modo di trasferire valore digitale: “sotto forma di carte collezionabili crittografiche”, un’idea che anticipava di decenni i non-fungible token.
Finney, attivista crittografo e programmatore, partecipò ai primissimi sviluppi del Bitcoin e ricevette la prima transazione Bitcoin da Satoshi Nakamoto nel gennaio 2009. La sua visione era chiara: utilizzare la tecnologia digitale come strumento di libertà, per dare agli individui controllo sulle proprie risorse e sulla propria privacy, piuttosto che come mezzo di controllo centralizzato. L’arte digitale e i certificati di proprietà NFT derivano direttamente da quell’ideale: verificabilità, rarità, decentralizzazione.
Dalla rivoluzione cyberpunk alla speculazione
Oggi, però, molti di quei valori originari sembrano dimenticati. La visione di Finney, basata su autonomia e liberazione digitale, è stata sostituita da speculazione finanziaria, narcisismo e avidità dei possessori. Collezioni come i Bored Ape Yacht Club e altre opere digitali da milioni di dollari hanno trasformato gli NFT in strumenti di status, segno di appartenenza ad élites esclusiva, e segno di investimento rischioso, spesso slegati o eccessivi rispetto al merito artistico o all’innovazione tecnologica.
Cinque anni fa, social media, influencer e celebrità contribuivano a creare bolle speculative vertiginose: immagini di scimmie digitali (Bored Apes) vendute per milioni, progetti NFT lanciati e abbandonati, hype mediatico e promesse di facili guadagni. Oggi, la maggior parte dei progetti NFT è “morta”: nessuna vendita, nessuna discussione, e valori crollati fino al 90%.
Arte, accesso e trasparenza: il lato positivo
Nonostante la bolla, gli NFT conservano un’eredità importante. Come racconta Robert Alice, curatore del volume On NFTs, l’arte è stata la prima killer application delle blockchain. Grazie agli NFT, chiunque può accedere a opere digitali certificate, visibili a tutti, con un titolo di proprietà verificabile sulla blockchain. L’opera non si sposta mai: è liquida, trasparente e globale.
“Potresti essere uno studente nel mezzo dell’India e avere accesso a ogni opera NFT del mondo”, spiega Alice. “Questo ha permesso alla blockchain di trasformare l’arte in qualcosa di accessibile, senza bisogno di centri fisici o gallerie esclusive”.
Una lezione per il futuro
Il declino degli NFT mostra cosa succede quando una tecnologia nata per emancipare viene travolta dalla speculazione: dall’ideale di autonomia e libertà digitale si è passati a un mercato dominato da ego, avidità e narcisismo, dove l’arte e la tecnologia diventano strumenti di guadagno rapido.
Eppure, il potenziale rimane. Gli NFT possono ancora servire agli artisti seri, ai collezionisti consapevoli e a chi vuole sperimentare nuove forme di proprietà digitale. Il segreto sarà tornare alle radici: creatività, autenticità e trasparenza, e lasciare da parte la corsa ai record e all’egocentrismo.
In definitiva, comprendere gli NFT significa comprendere anche la loro storia: una storia che parte dai cypherpunk, passa per Bitcoin e Finney, e arriva fino alle bolle speculative del 2021. Solo così è possibile distinguere ciò che è arte digitale vera da ciò che è puro circo finanziario.
Fonti:
https://en.wikipedia.org/wiki/Hal_Finney_(computer_scientist)
https://x.com/krugermacro/status/1430377477470367744
https://www.repubblica.it/tecnologia/2024/03/13/news/libro_taschen_on_nfts_robert_alice_cripto_arte_bitcoin-422299260/
https://www.ilpost.it/2026/01/08/nft-anni-dopo/?homepagePosition=4





