Il paradosso della ricerca umana
L’illusione dell’era dell’informazione non è la carenza di dati, ma la povertà della verità. In un mondo saturato di opinioni, siamo convinti di possedere il vero solo perché abbiamo accesso a una quantità smisurata di “esattezze”. Eppure, Umberto Galimberti ci avverte che la verità non è un dato che si possiede, ma un cammino che si percorre. Attraverso una serrata analisi filosofica, siamo chiamati a distinguere tra ciò che è vero, ciò che è fede e ciò che è meramente “esatto”. Il compito dell’uomo contemporaneo non è accumulare nozioni, ma recuperare la capacità di pensare, passando dal possesso dogmatico di una convinzione alla fatica della ricerca critica.
La Verità non è quello che pensi: vi é confine tra Fede, Ragione e Scienza.
Questo articolo é tratto dal seguente video di Umberto Galimberti:
La Verità è intollerante (mentre la Fede deve essere tollerante)
Contrariamente alla vulgata del relativismo moderno, la verità possiede una natura intrinsecamente esclusiva. La sua non è una cattiveria morale, ma una necessità logica: se un’affermazione è vera, essa deve negare tutto ciò che la contraddice. Se due più due fa quattro, la verità non può “tollerare” il cinque. Essa consiste proprio nella capacità di negare tutte le sue negazioni.
Al contrario, la fede ha l’obbligo morale di essere tollerante precisamente perché “non sa”. Se la fede sapesse, sarebbe scienza o logica; poiché si muove nell’ambito dell’incertezza e dell’infirmitatem intellectus (l’infermità dell’intelletto, come diceva Tommaso d’Aquino), essa deve restare aperta. Chi dichiara di possedere la verità assoluta in ambito fideistico cessa di essere un credente per diventare un “militante della fede” (secondo la definizione di Jaspers), trasformando la religione in un’appartenenza psicologica volta a rafforzare un’identità debole, smarrendo così ogni autentico contatto con il divino.
“La verità è intollerante, non tollera la presenza della negazione della negazione.”
La vera Tolleranza: Non è buona educazione, è disponibilità al cambiamento
Siamo abituati a confondere la tolleranza con la cortesia sociale. Ma sopportare l’altro senza ascoltarlo è solo buona educazione, non è filosofia. La tolleranza autentica è un atto radicale e trasformativo: significa ipotizzare che l’interlocutore, pur pensando l’opposto di me, possa possedere un “gradiente di verità superiore al mio”.
Il vero dialogo non è eristica — ovvero l’arte di atterrare l’avversario come avviene nei talk show televisivi — e non è nemmeno seduzione retorica. È la disponibilità a modificare la propria visione del mondo grazie all’incontro con l’altro. Senza questa apertura al cambiamento, il dialogo non esiste; rimangono solo monologhi paralleli mascherati da conversazione.
Il Metodo Socratico: La Verità come “Cammino”, non come possesso
I greci non “insegnavano” la verità perché non la possedevano come un dogma. La filosofia non è Sofia (il sapere compiuto), ma Filo-sofia: l’amore per un sapere che manca. Come Eros, la filosofia è figlia di Penia (Povertà): è scalza, viaggia sotto i portici e desidera ciò che non ha.
Per Socrate, la verità è già in noi, ma è sepolta. Platone usa la metafora della statua di Glauco: dopo anni passati in fondo al mare, la statua è coperta di alghe, conchiglie e incrostazioni, al punto da non sembrare più se stessa. La ricerca della verità non è l’aggiunta di nuove nozioni (metodo catechetico), ma un’opera di sottrazione delle incrostazioni. Il metodo socratico si articola in passaggi rigorosi:
- La “dotta ignoranza”: Sapere di non sapere è l’unico punto di partenza onesto.
- Verificare l’argomentazione: Socrate agisce come chi colpisce un vaso di bronzo con le nocche per verificarne la solidità; egli testa il suono logico delle opinioni.
- Individuare la contraddizione: Chi cade in contraddizione “non dice nulla” (chi dice e disdice, non dice). Se un’opinione è contraddittoria, deve essere scartata dal gioco del dialogo.
Ragione vs. Verità: Un sistema di regole per contenere la Follia
Spesso confondiamo la ragione con la verità assoluta, ma la ragione è in realtà una convenzione necessaria per la sopravvivenza. Essa è un sistema di regole che adottiamo per prevedere i comportamenti altrui e comunicare. Il suo fondamento è il principio di non contraddizione: una cosa è se stessa e non altro.
Tuttavia, nella realtà profonda — quella che Galimberti definisce follia — le cose possiedono una pluralità infinita di significati. Per un bambino, un pennarello può essere uno strumento per scrivere, un cibo da mettere in bocca o un’arma contro il fratello. In questa “verità” polivalente, dove tutto può significare tutto, non si può vivere perché regna l’imprevedibilità. La ragione è dunque il “recinto” che limita i significati per permettere la vita sociale. Storicamente, la religione ha avuto il merito immenso di contenere questa follia attraverso il Rito (parola sanscrita che significa ordine), offrendo precetti e liturgie per canalizzare il sacro e l’irrazionale che abitano l’essere umano.

Scienza e il Corpo: Perché l’esattezza non è la verità
La scienza moderna non produce verità, ma “esattezze”. Seguendo l’avvertimento di Husserl, dobbiamo ricordare che la scienza è una ideazione umana, un metodo utile ma non l’unica descrizione possibile dell’essere. Essa si nutre dei propri errori: un’ipotesi resta valida finché non ne sorge una più comprensiva.
Questa metodologia richiede un’opera di riduzione, evidente nel trattamento del corpo:
- Körper (Corpo organismo): È il corpo ridotto a cosa (Ding), una sommatoria di organi, pesi e misure indagata dalla medicina. Quando un medico agisce come “organicista”, non è disumano: sta applicando il metodo necessario per intervenire con esattezza.
- Leib (Corpo vivente): È il corpo che “io sono”, la coincidenza perfetta tra io e organismo, il corpo che sente amore (Liebe) e vita (Leben).
Il disagio che proviamo dal medico nasce dal passaggio violento dal Leib al Körper. Se dimentichiamo che la riduzione scientifica è solo un’ideazione utile, finiamo per scambiare il funzionamento dell’organismo con la verità totale dell’uomo.
Siamo tutti cristiani (anche gli atei): L’inconscio collettivo dell’Occidente
Secondo Galimberti, il cristianesimo in Occidente è il nostro “pregiudizio originario”. Esso ha strutturato il nostro modo di percepire il tempo secondo una scansione teleologica:
- Passato: Visto come male, ignoranza o trauma (il Peccato Originale).
- Presente: Visto come redenzione, ricerca o terapia.
- Futuro: Visto come salvezza, progresso o guarigione.
Questa struttura accomuna la religione alla scienza (il futuro come Progresso), al marxismo (il futuro come Giustizia) e alla psicanalisi (il futuro come Guarigione dai traumi passati). In Occidente, anche l’ateo più convinto è “cristiano” nella misura in cui attende dal futuro una salvezza, che sia essa declinata in termini di salute medica o di evoluzione tecnologica.
Verso una nuova consapevolezza
Il cammino tracciato ci esorta a passare dal “pregiudizio” — le idee pigre ereditate per abitudine che col tempo chiamiamo “principi” — al “giudizio” sostenuto dall’argomentazione. Fare filosofia significa avere il coraggio di testare la solidità dei nostri vasi interiori, accettando che la verità sia una via viatoris, una strada mai posseduta definitivamente.
In un’epoca dominata dall’egemonia scientifica, dobbiamo fare nostra la preoccupazione di Husserl: la scienza è un’ideazione umana straordinaria, ma guai a quell’umanità che si lascia guidare da una sola delle sue ideazioni. Se l’esattezza del dato diventa l’unico metro di misura della realtà, rischiamo di perdere la capacità di “pensare” l’uomo nella sua interezza. La nostra responsabilità è restare filosofi: custodi di una ricerca che non si accontenta dei risultati, ma interroga incessantemente il senso del nostro essere nel mondo.





