Come la Società dell’Efficienza fa soffrire.
Articolo basato sulla conferenza di Umberto Galimberti
La fine della coralità ed il dolore solitario
Un tempo, il dolore non era un fardello da portare in solitudine. Esisteva una “coralità”, una trama comunitaria sorretta spesso dalla ritualità religiosa, che si stringeva attorno all’individuo nelle cosiddette “situazioni limite”.
Pensiamo al lutto: i canti collettivi, come l’In paradisum deducant te angeli, non erano orpelli estetici, ma potenti dispositivi simbolici necessari a reggere un peso che la psiche individuale, da sola, non è in grado di tollerare. Oggi ci si pensa onnipotenti ma la nostra psiche ha dei limiti strutturali, occorre smettere di pensare in questo modo altrimenti ci si ammala.
Al giorno d’oggi, la dimensione rituale di un lutto è evaporata. La Chiesa ha abdicato al simbolico e la società ha delegato la gestione del dolore alla sfera privata o, peggio, alla farmacia.
Ci troviamo immersi in una “solitudine di massa” che ha ridefinito la natura stessa della nostra sofferenza.
Se la psichiatria classica vedeva nella depressione un nucleo di colpa irrisolvibile, la psichiatria fenomenologica ci insegna che il vero dramma è la chiusura del tempo.
Secondo Edmund Husserl, noi ci “diamo” il tempo attraverso tre funzioni:
- la retentio (il passato),
- la presentatio (il presente) e
- la protensio (la capacità di proiettarsi nel futuro).
Nella depressione moderna,quella “luce nera” che avvolge l’anima, la protensio si spegne. Il futuro non c’è più, non perché non arrivi cronologicamente, ma perché il soggetto non ha più la forza psichica di aprirsi ad esso.
La Grande Metamorfosi: Dalla Disciplina alla Performance
La metamorfosi del nostro modello sociale ha un fulcro preciso: il 1968.
In quell’anno, il movimento libertario che urlava “vietato vietare” si è fuso paradossalmente con il modello tecnologico-capitalista americano.
È stato un matrimonio d’interesse: l’abbattimento dei divieti ha spianato la strada a una richiesta di prestazione totale. Siamo passati dalla società della disciplina alla società dell’efficienza spinta.
- Società della Disciplina (Religiosa/Militare):
- Logica: Basata sul binomio “permesso/proibito”.
- Conflitto: La trasgressione delle regole.
- Il malessere nasce dal
Senso di Colpa per aver violato un limite.
- Società dell’Efficienza (Tecnologico-Capitalista):
- Logica: Basata sul binomio “ce la faccio/non ce la faccio”.
- Conflitto: L’incapacità di essere all’altezza degli obiettivi.
- Il malessere nasce dal
Senso di Inadeguatezza.
In questo nuovo scenario, non c’è più nulla da proibire, ma c’è tutto da raggiungere. L’asticella viene alzata ogni anno e il lunedì mattina bisogna essere up to date, pronti a partire lanciati per non essere scartati dal sistema, spinti verso i propri limiti nel tentativo di superarli e superarsi.
Il Peso dell’Inadeguatezza: Quando il Collega diventa Competitore
Oggi l’identità non è più un dato ontologico legato alla nascita, ma un riconoscimento funzionale concesso dall’apparato di appartenenza.
Sei riconosciuto dal sistema attraverso la carriera o la posizione sociale e se non succede, socialmente non esisti.
Questo ha trasformato i luoghi di lavoro in arene spietate:
non esistono più “compagni” o “colleghi”, ma solo competitori.
Se l’altro avanza, io resto fermo; se l’altro è più efficiente, io divento superfluo.
Questa pressione genera tassi ansiogeni insostenibili. Mangiamo con il telefono in mano, trasformiamo i pasti in “colazioni di lavoro” e portiamo l’apparato fin dentro il nostro sonno.
“L’identità oggi non me la dà il fatto che sono nato, ma me la dà il riconoscimento dell’apparato di appartenenza.”
Per reggere questo ritmo, l’essere umano ricorre a protesi chimiche.
Se i giovani usano droghe per anestetizzare la propria insignificanza sociale,
gli adulti consumano farmaci per restare “all’altezza dell’evento”.
È il collasso di una psiche che cerca di farsi macchina.

L’Inconscio Tecnologico e lo Scarto dell’Umano
Per comprendere la nostra epoca, dobbiamo guardare oltre l’inconscio pulsionale di Freud. Freud, seguendo Schopenhauer, aveva compreso che l’inconscio della specie non coincide con l’Io. Il parto ne è l’esempio lampante: dal punto di vista dell’Io della donna, è un disastro (dolore, perdita di sonno, potenziale perdita del lavoro); ma dal punto di vista della specie, è un trionfo. Oggi, però, a questo si è sovrapposto un “inconscio tecnologico”.
Abbiamo interiorizzato la “ragione strumentale” della Scuola di Francoforte: ottenere il massimo degli scopi con il minimo dei mezzi.
In questa logica, tutto ciò che non è efficiente viene scartato come “ridondante”. L’amore, il dolore, la poesia, l’irrazionalità: sono tutti elementi che “fanno perdere tempo”. L’apparato ci vorrebbe come computer: senza malattie, senza gravidanze, senza conflitti sentimentali.
Come scriveva Günther Anders ne L’uomo è antiquato, la tendenza è l’eliminazione dell’umano. Persino la scuola ha abdicato al suo ruolo educativo: non si guarda più alla soggettività dello studente, ma solo all’oggettività della sua prestazione.
Gli studenti vengono istruiti a essere ingranaggi conformisti, dove la “dissonanza cognitiva” con l’apparato viene corretta non cambiando il mondo, ma costringendo l’individuo a cambiare il proprio modo di pensare per adattarsi alla banca o all’azienda.
Il Paradosso del Consumo: Felicità vs. Mercato
Il sistema capitalistico vive di una contraddizione fatale:
deve produrre per evitare la disoccupazione,
ma per produrre deve indurre un consumo frenetico.
È il nichilismo della data di scadenza: ogni oggetto deve autodistruggersi rapidamente per essere sostituito. Ma questo modello si scontra con la realtà fisica e psichica.
Secondo i dati del PNUD (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo), noi 800 milioni di occidentali consumiamo l’80% delle risorse mondiali, lasciando il 20% a oltre 6 miliardi di persone. Questa opulenza non è indolore: l’opulenza de-struttura la psiche.
Ricordiamo l’Impero Romano: è crollato per la corruzione dei costumi nata dall’eccesso, quando nessuno voleva più lavorare e si viveva di giochi e sussidi, finché non si è dovuto ricorrere ai “barbari” per i lavori essenziali e per la difesa.
Il mercato ha bisogno di insoddisfatti cronici. La pubblicità non informa, produce bisogni indotti per colmare un vuoto che lei stessa ha creato. Come scriveva l’ex pubblicitario Frédéric Beigbeder nel suo celebre Euro 14,39:
“Sappiate una sola cosa: chi è felice non consuma.”
Se fossimo sani e realizzati, l’economia crollerebbe. Il capitalismo non può smettere di crescere senza divorare se stesso, ma la crescita infinita è un’illusione che sta consumando l’umano prima ancora delle risorse.
Un Futuro da Reimmaginare
Siamo diventati “uomini a una dimensione”, intrappolati in un presente assoluto dove la protensio verso il futuro è stata sostituita da una pedagogia della minaccia: “sii forte, sii efficiente, o sarai schiacciato”. Questa pressione non rende i giovani più forti, ma terribilmente più fragili e spaventati.
Umberto Galimberti
Siamo arrivati alla fine di un modello di civiltà che ha sacrificato la soggettività sull’altare delle prestazioni oggettive.
La depressione moderna è il grido di protesta di una psiche che non riesce più a “darsi” un futuro in un mondo che richiede solo conformismo e velocità.
Resta una provocazione essenziale: è ancora possibile recuperare la propria preziosa irrazionalità? Possiamo ancora rivendicare il diritto di essere “inefficienti”, di amare, di soffrire e di fallire in modo autentico, o siamo destinati a sparire per lasciare il posto alla perfezione algoritmica dei nostri stessi strumenti? La risposta non risiede in un nuovo farmaco, ma nel coraggio di tornare a essere, radicalmente, umani.





