Dai primi del 900 si è persa la spontaneità, quella mancanza di regole che permetteva più autonomia e libertà che permetteva alle persone di improntare delle relazioni, dei momenti più umani.
Tra “malamovida”, bisogni sociali e spazi adeguati
Cosa succede quando il bisogno spontaneo di socialità si scontra con il diritto alla quiete dei residenti e con le maglie strettissime della burocrazia urbana? La situazione ai Giardini Pagani nel quartiere di Dergano (Milano) ha superato il livello di guardia. I numeri parlano chiaro: oltre 400 persone si radunano nel fine settimana, provenendo da varie parti di Milano ed hinterland, dalle quattro del pomeriggio fino a notte fonda. Un affollamento critico in un’area densamente abitata che ha finito per generare tensioni, degrado, episodi di spaccio, risse e abusivismo commerciale. Una “malamovida” che il quartiere non riesce più a sostenere.
Durante l’ultimo incontro tra istituzioni e Comitato Cittadini Dergano sono emerse diverse strategie per risolvere questo fenomeno sociale spontaneo. Ma dietro la cronaca e i problemi di ordine pubblico emerge una riflessione più profonda su come viviamo, regolamentiamo e consumiamo lo spazio pubblico.
Il piano istituzionale: ordine pubblico e riappropriazione dei giardini
La portata e gravità del fenomeno supera le competenze del singolo Municipio. Per questo un assessore ed alcuni consiglieri locali del Municipio 9 intendono portare la questione direttamente al tavolo della Prefettura. L’obiettivo è un intervento congiunto: non solo forze dell’ordine per contrastare i reati, ma anche autorità sanitarie e amministrative per fermare la vendita abusiva di cibo e alcolici.
Nel frattempo, l’orientamento è non abbandonare i Giardini Pagani a se stessi. L’idea è condividere l’area attraverso usi positivi e diversificati: partite di basket, doposcuola di italiano, attività scolastiche e cene di quartiere, evitando una “militarizzazione” permanente o azioni di repressione una-tantum. Si valuta anche l’inserimento di dissuasori fisici, come la recinzione dell’area giochi per i bambini, anche se molti residenti dubitano dell’efficacia di barriere basse contro persone in stato di alterazione.
L’ipotesi Parco Trevi e il paradosso del trasferimento
La soluzione a medio termine, che non risolve ma sposta il problema, sembra risiedere nel convogliare i flussi verso un “altro posto migliore”, più isolato, replicando il modello che anni fa decongestionò alcune zone quando la comunità cinese si spostò verso la Darsena.
In questo scenario, il Parco Trevi emergerebbe come un’alternativa, anzi pare che prima fosse già vissuto dalla comunità peruviana. È un’area verde più vasta e, soprattutto, decentrata e isolata, lambita dalla ferrovia e da viale Enrico Fermi. Lì intorno non ci sono residenti immediati da disturbare. Sarebbe il luogo perfetto per strutturare una cornice regolamentata – potenzialmente si potrebbe lasciar organizzare dei “Festival per la comunità filippina” o di eventi culturali dedicati.
Eppure, si registra un paradosso: nonostante Parco Trevi sia più ampio e idoneo, i gruppi hanno preferito stringersi e ammassarsi ai Giardini Pagani, dove il controllo e il conflitto con il vicinato sono immediati. Chissà perché?
Due mondi con lo stesso problema: l’estinzione della spontaneità
Per capire davvero cosa succede ai Giardini Pagani bisogna provare a frequentarli, meglio nei fine settimana. La comunità filippina è una minoranza con bassi redditi che spesso vive in piccole case e affronta settimane di duro lavoro, quindi molto probabilmente lo spazio pubblico diventa un luogo dove lo sfogo e lo svago diventa possibile. È un comportamento naturale quello che porta ai raduni spontanei, che ricorda la semplicità di vita dei nostri nonni nell’aia nei bei momenti festivi: ci si ritrova, si porta cibo da casa, si fa musica col grammofono o strumenti musicali.
Oggi questo modello spontaneo, fuori dalle logiche di mercato e dell’intrattenimento privato, sembra quasi un’anomalia ma non è un costume di una moda, è invece un comportamento sincero e sponaneo, più umano. Ed è qui che emerge un punto di contatto inaspettato: sia il Comitato dei Cittadini di Dergano che la comunità filippina, in fondo, condividono la stessa identica frustrazione.
Entrambi hanno bisogno di uno spazio, poiché il comitato cerca una sede per creare partecipazione e coesione, entrambi non hanno fondi e si scontrano con sovrastrutture regolatorie asfissianti. Oggi, incontrarsi e organizzare qualcosa nello spazio pubblico richiede di esborsare cifre considerevoli per assicurazioni, affitto del suolo, permessi di occupazione, diritti d’autore, conformità di sicurezza e impedimenti vari.
Dai primi del ‘900 a oggi abbiamo perso la spontaneità e la libertà di improntare relazioni umane slegate dal profitto. La società permeata dalle filosofie capitaliste e liberali non incentiva l’aggregazione se prima non c’è un consumo e sostenibilità economica.
Il “rito dionisiaco” e la logica del consumo
Il problema collaterale è che, quando manca una etica condivisa o una regolamentazione flessibile, nell’assenza di regole ed auto-contenimento, si eccede nell’inciviltà. In questo caso i risultati di comportamenti incivili sono i rifiuti abbandonati, il rumore assordante, alterazione. Sono comportamenti che ricordano quasi dei riti dionisiaci di liberazione emozionale, una ribellione inconscia a un mondo urbano reprimente e iper-regolato, dove ogni cosa ha senso di esistere se crea profitto.
C’è un’ipocrisia di fondo in tutto questo. Gli stessi eccessi, l’euforia, la musica alta, gli stati alterati, sono storicamente accettati e sdoganati nelle discoteche e nei locali commerciali. Lì lo sballo è tollerato perché è normato come consuetudine e fenomeno di costume dietro il pagamento di un biglietto d’ingresso e di una consumazione obbligatoria. Se si paga, l’eccesso permette il business di un luogo privato che si occupa di sistemare il “disordine” e la “valvola di sfogo”; se ciò avviene in modo spontaneo e gratuito in un parco, i servizi pubblici faticano a sistemare la confusione che diventa degrado, che poi fa scappare i cittadini che vi abitano.
Mentre alcuni fanno business con un mercato abusivo, che permette loro di riscattarsi dal problema della povertà, vendendo cibo, bevande o mettendo in campo attività illecite come tavoli di scommesse, alcuni cittadini esasperati poi sarebbero disposti a svendere le proprietà ed andarsene in cerca di un ambiente più tranquillo, mentre le leggi del mercato abbassano il costo delle case intorno al degrado, queste azioni dimostra come la logica del business e del consumo sia sempre presente.
La via del dialogo
La repressione pura, le logiche di mercato non bastano e non possono essere l’unica risposta ai bisogni umani. Qualcuno diceva che l’uomo è animale sociale, quindi portato “naturalmente” a socializzare, aggiungerei che questo poteva essere vero prima della transizione digitale, perché oggi il mondo così configurato lo porta ad essere asociale, e questo bisogno naturale rende quell’aspetto dell’animale in uno stato malato, in modo autistico, alienato e scollegato dalla sua natura, così atomizzato in una “bolla” di solitudine tecnologica. Gli spazi sociali, i centri sociali a Milano sono sempre meno, a causa di repressioni e scelte politiche, e quando va bene a volte si sono trasformati in circoli, molto spesso di luoghi di intrattenimento.
Al Comitato Cittadini di Dergano serve una sede per fare assemblea con i cittadini, per dare più spazio al dibattito di chi vive quotidianamente il quartiere, vuole esprimere le sue necessità e perplessità, interessandosi del posto in cui vive.
Per la comunità filippina diventa urgente attivare un canale di comunicazione diretto con i rappresentanti delle istituzioni, magari coinvolgendo la parrocchia di via Pavoni, che già accoglie molti di loro per la messa domenicale, per stabilire confini chiari e regole di convivenza. La strada da percorrere è complessa e richiede un mix di pressione istituzionale e mediazione culturale.
Bisogna far comprendere alla politica e al sistema che lo spazio pubblico è necessario, bisogna saper offrire alternative reali ai luoghi di consumo privati, accessibili e vi devono essere misure di educazione civica che permettono di evitare le misure punitive per l’eccesso di regole non rispettate, in un mondo che opprime le minoranze e chi ha redditi bassi.
Solo uscendo dalla logica dell’obbligo al consumo, eccesso di normativa e burocratizzazione che obbliga a costi per realizzare eventi e occasioni di incontro, si potrà restituire ai quartieri la vivibilità e alle comunità l’uso di luoghi che rappresentino i gruppi sociali, questo come diritto a una socialità, se possibile più sana.





