Nel cuore delle nostre città globalizzate, il cibo si è trasformato da fonte vitale a prodotto, da relazione a merce.
Lo recuperiamo velocemente tra scaffali iperilluminati, confezionato, processato, omologato secondo le logiche di un mercato libero egocentrico che, dietro la promessa della comodità, cela monoculture intensive, devastazione ambientale e un impoverimento progressivo della nostra consapevolezza alimentare.
Ma non è sempre stato così. E non deve per forza esserlo.
Il foraging — la raccolta consapevole e rispettosa di piante selvatiche, alimurgiche e spontanee — rappresenta non solo un gesto antico, ma un atto radicale di rottura con il pensiero unico del consumo passivo. È un ritorno all’interconnessione con i cicli vitali, agli scambi autentici con l’ambiente, a una cultura alimentare cooperativa, autosufficiente e decentralizzata.
Orticolario 2025, con il tema Eden, invita a riscoprire proprio questa prospettiva, portando le piante alimurgiche al centro del discorso. Non più come semplice curiosità botanica, ma come simbolo di un altro possibile equilibrio tra esseri umani, natura e progetto.

Nei secoli, queste piante hanno nutrito l’uomo nei momenti di crisi, durante le carestie, nei vuoti lasciati da un sistema economico che seleziona chi può accedere al cibo e chi no. Sono la testimonianza vivente di un sapere diffuso, locale, collettivo, che sfugge alle logiche verticali del mercato e riafferma un modello circolare, ecopolicentrico, basato sulla relazione.
Dalle installazioni site-specific dei sette progettisti selezionati al concorso Spazi Creativi, ai prodotti artigianali e alle varietà botaniche rare, fino al mercato biologico che sottrae il cibo ai percorsi industriali, ogni scelta si muove verso un design che non produce separazione, ma alleanza.
Un esempio emblematico è la cucina di Antonia Klugmann, fondata su ingredienti locali, sulla riduzione degli sprechi e sulla relazione diretta con il paesaggio vegetale. È un approccio che restituisce al progetto — sia esso architettonico, alimentare o sociale — una dimensione etica e relazionale, lontana dall’individualismo competitivo e dall’ideologia della crescita illimitata.
Coltivare, raccogliere, progettare, nutrire: ogni gesto può rigenerare un sistema circolare di interconnessioni vitali, dove il designer non è un demiurgo, ma un facilitatore di relazioni tra specie, ambienti e comunità.
Occorre che il progetto si liberi dalle logiche piramidali e tornare a farsi strumento di altruismo, cooperazione e riconnessione con la Terra.
Non è nostalgia. È necessità evolutiva.
Fonte:
https://www.repubblica.it/design/2025/06/30/news/alla_scoperta_delle_piante_palimurgiche-424701777





