Il nostro tempo esige una riflessione scomoda e urgente per chi, come noi, progetta il mondo.
Troppo spesso il design resta prigioniero di un modello competitivo, lineare e gerarchico, radicato nella monocultura del mercato libero e nell’illusione di un progresso antropocentrico o, peggio ancora, teocentrico, dove pochi dominano e molti subiscono. Un sistema piramidale che riproduce, nel progetto e nell’economia, la logica dello sfruttamento, della separazione e del consumo cieco di risorse.
Ma esiste un’altra strada. Un’altra visione.
Inizia a emergere una prospettiva radicale che rifiuta l’uomo al centro di tutto, per sostituirlo con un pensiero ecopolicentrico, fondato sulla relazione tra specie, ambienti e sistemi viventi. Un pensiero che riconosce l’interdipendenza, gli scambi vitali, le reti complesse e i flussi circolari che sostengono la vita sulla Terra.
Lo dimostra la mostra internazionale More Than Human, ospitata al Design Museum di Londra, che invita designer, architetti e artisti ad abbandonare il paradigma lineare per esplorare approcci collaborativi e multispecie. Oltre cinquanta autori si interrogano su come progettare non più per l’uomo, ma con gli altri esseri viventi, riconoscendo i diritti dei fiumi, delle piante, delle foreste e degli animali, recuperando saperi ancestrali e pratiche locali che si sono sempre mossi in equilibrio con l’ecosistema.
Gli esempi concreti non mancano.
Opere che incarnano questo cambio di prospettiva:
- Il murale di 8 metri di Moth, con una rete tentacolare di fiumi che richiama i diritti legati alle acque e alle loro dinamiche vitali.
- Le creazioni di Solange Pessoa, che recuperano le credenze animistiche degli indigeni brasiliani, riportando il progetto in relazione con le spiritualità ancestrali della natura.
- Le potenti immagini di Federico Borella e Michela Balboni, che documentano il rito dei Rumiti, gli uomini-albero ricoperti di edera, simbolo di fusione tra corpo umano e paesaggio.
- Le maschere in bucce di mais dell’artista britannico Jonathan Baldock, oggetti che si intrecciano con la terra e con i cicli agricoli.
- I cesti intrecciati con foglie di vite realizzati dagli Ye’kuana, comunità amazzonica che crea manufatti in armonia con l’ambiente e i bisogni collettivi.
- Le reti da pesca a basso impatto, progettate per ridurre i danni sugli ecosistemi marini, segno di un design capace di collaborare con la vita sottomarina anziché saccheggiarla.
- Le tecnologie innovative per sostenere la rigenerazione delle barriere coralline, fondamentali per la resilienza degli oceani.
- E l’Alusta Pavilion, concepito dagli architetti Elina Koivisto e Maiju Suomi, come intervento architettonico che stimola la biodiversità in contesti urbani, restituendo spazio vitale agli ecosistemi locali.
Questi progetti non si limitano a suggerire estetiche alternative, ma incarnano un cambio di sguardo che scardina le fondamenta stesse del design autoreferenziale. È un invito a riappropriarci della responsabilità collettiva di progettare sistemi circolari e vitali, capaci di generare scambi, alleanze e coesistenza. È un ritorno all’altruismo progettuale, dove il benessere umano si intreccia in modo inseparabile con quello di tutte le altre forme di vita.
Il design può ancora essere un atto politico, culturale e relazionale, capace di superare le logiche di mercato e il culto dell’efficienza, per diventare strumento di rigenerazione ecologica e sociale.
Sgnifica innanzitutto scegliere da quale parte stare. E oggi, più che mai, è tempo di stare dalla parte dei sistemi viventi, della complessità e della reciprocità.
Non è una tendenza. È una necessità.
Fonte:
https://www.repubblica.it/design/2025/07/03/news/genere_umano_fatti_piu_in_la-424708255/





