Ieri, a una cena di famiglia dopo cinque anni senza vedersi (complice la pandemia), ho ritrovato mio cugino.
Abbiamo chiacchierato a lungo di tecnologia, come facevamo da piccoli.
Siamo cresciuti con il Commodore 64 a 7 anni, le prime console nell’adolescenza, i CB come walkie-talkie. Poi è arrivato Internet, e poco dopo i cellulari.
Abbiamo imparato ad usare software mentre studiavamo e lavoravamo, accolto gli smartphone come strumenti entusiasmanti. Abbiamo vissuto ogni evoluzione tecnologica con stupore e passione.
Ma da qualche anno qualcosa sembra essersi rotto. Quelle “buone vibrazioni” si sono trasformate in una sensazione più ambigua. L’energia che ci muoveva sembra scesa di tono. Provo a spiegarmi.
Negli ultimi dieci anni, il mondo tecnologico sembra aver premuto sull’acceleratore.
Durante la cena ho provato a raccontare ai miei parenti un’idea che mi gira in testa: il modello di capitalismo finanziario funziona a scadenze. Quando è ora di raccogliere nuovi capitali, le aziende devono dimostrare agli investitori di avere un asso nella manica, una novità clamorosa.
Ecco allora il proliferare di “disruptive technologies” a tutti i costi.
Il risultato? Un mondo che si sente improvvisamente vecchio da un mese all’altro.
La competizione tra aziende si gioca a colpi di release veloci, spesso di software o hardware imperfetti. Le persone che ci lavorano dentro si logorano, stressate da tempi sempre più serrati. Quando poi i risultati non arrivano, si rischia di vedere prototipi “falsi” usati per ingannare gli investitori… e quando la verità viene a galla, i titoli crollano.
In fondo, è questo meccanismo economico-finanziario ad alimentare l’accelerazione continua.
Ma la persona comune, il cittadino, non riesce a stare al passo.
E così si sente sempre meno adeguato, fuori sincrono con un mondo che corre troppo.
C’è poi il tema del controllo.
Mio cugino, fiero dei suoi dispositivi sempre aggiornati, mi mostra il suo iPhone. Tocca lo schermo e sul display appare la sua Tesla.
Niente leve manuali, solo sensori, telecamere, comandi digitali.
Mi mostra come può bloccarla e sbloccarla, controllarla a distanza.
E io, mentre ascolto, penso: “E se qualcuno la hackerasse?”
Lui si lamenta del fatto che in Italia la guida automatica non è attiva.
Il figlio lo corregge: “Papà, non lo è in tutta Europa.”
Io intanto rifletto: con l’autopilota, deleghiamo il controllo. E se diventasse possibile un dirottamento da remoto?
A quel punto lo interrompo e gli chiedo:
“E se un giorno il governo potesse usare quei sensori, quelle telecamere, per controllare in tempo reale ogni infrazione del cittadino?”
Silenzio.
Eppure, è un rischio reale.
Delegare troppo e lasciare aperti troppi canali di accesso alle nostre informazioni può significare concentrare potere in poche mani, a scapito della maggioranza connessa e passiva.
l futuro é già adesso e la consapevolezza.
La distopia non è più un’ipotesi lontana: prende forma nel presente.
Ci rendiamo conto che quella tecnologia che abbiamo tanto amato ora può diventare un problema. Una minaccia. Qualcosa da contenere.
Il figlio, a un certo punto, dice:
“Bisogna normarla, porre limiti. Finché l’IA non ha un corpo va ancora bene… ma se un giorno prende il controllo, si rifiuta di obbedire e si ribella?”
La mia mente va subito a “Terminator”: la macchina che viaggia nel tempo per uccidere il suo creatore.
A volte sembra davvero che ci sia il desiderio di tornare indietro nel tempo e fermare chi ha creato qualcosa che ora ci spaventa.
Ma ancor più inquietante è l’idea che pochi uomini possano controllare il destino di molti con strumenti così potenti.
Durante tutta la cena i figli del cugino parlano poco.
Ma una frase mi colpisce: “Papà, chiedi a ChatGPT, non a Google.”
Chiedo al più grande che modello di Apple Watch indossi.
Mi risponde: “È quello vecchio che papà non voleva più. Lo uso per fare i compiti, ho collegato le API di ChatGPT a Siri per farmi aiutare con le risposte.”
In quel momento mi sono sentito vecchio.
Quella notte, ho guardato un tutorial per cercare di capire.
Sì, la tecnologia impara da noi. Ma ora insegna ai nostri figli.
E noi, cosa ci resta da fare?
Stiamo davvero delegando anche il pensiero critico, l’educazione, la riflessione?
Sembra uno scenario futuribile.
E invece questo futuro è già qui.
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Anche voi, come me, vi sentite sopraffatti da tutto questo?
Come possiamo ristabilire equilibrio tra innovazione, umanità e consapevolezza?





