Quando il sistema abdica, le comunità si autorganizzano nello spazio
Anni di architettura, di urbanistica, di pianificazione.
Anni di norme, regolamenti, piani strutturali, piani strategici, agende urbane, piani regolatori, di governo, di servizi, di rinascita e resilienza, di rigenerazione, tavoli tecnici e promesse istituzionali.
Poi accade questa cosa: quando il governo a qualunque livello diventa incapace di risolvere, quando chiude un occhio, quando tollera, quando rimanda, lo spazio viene organizzato da chi lo vive.
Laddove il governo non governa, emerge l’anarchia materializzata nello spazio.
Non l’anarchia ideologica, ma quella concreta, fisica, fatta di baracche, tende, lamiere, pezzi recuperati, soluzioni di ventura. Spazi che non sono progettati, ma necessari. Spazi che non nascono da un disegno, ma da un’urgenza.
Quando l’emergenza non viene risolta, perché non conviene risolverla, queste soluzioni di ventura cronicizzano, si consolidano, diventano permanenti. Diventano spazi, luoghi, quartieri cercando di completare i servizi di una città.
Architettura e arché: una gerarchia in crisi
L’architettura, per come l’abbiamo ereditata, è figlia di un principio gerarchico: un arché.
Un principio superiore che ordina, governa, decide cosa è giusto, buono, bello. Un’idea di “buon padre” che regola il territorio dall’alto, secondo leggi morali, tecniche e normative.
Ma questo sistema si è rotto.
Nel contemporaneo, tra crisi ambientali, economiche, sociali e politiche, le gerarchie non funzionano più. Le istituzioni non riescono o non vogliono rispondere. E dove il governo si ritira, il sistema informale viene usato per: sfruttamento, caporalato, alimentare criminalità. Lontano dagli spazi urbanizzati e ordinati, ma il problema sotto gli occhi di tutti. Tutto tollerato.
Perché conviene.
Borgo Mezzanone: una città che non dovrebbe esistere
Borgo Mezzanone è la più grande baraccopoli d’Europa.
O meglio: è una città, anche se lo Stato finge che non lo sia.
Tra i 3.000 e i 5.000 abitanti. Quartieri organizzati per provenienza. Strade, negozi, bar, luoghi di culto, consigli informali che regolano i conflitti. Case che non sono più baracche, ma edifici in muratura costruiti pezzo dopo pezzo, nei fine settimana, con ciò che si trova.
Mohamed, dalla Guinea, vive lì da dieci anni. Sta costruendo una casa a due piani. Non è architetto. Non è ingegnere. Non ha permessi. Ma ha bisogno di abitare.
E allora costruisce.
Questa non è integrazione.
Questa non è riqualificazione.
Questa è anarchitettura.
L’anarchitettura come risposta umana al fallimento istituzionale
L’anarchitettura emerge quando l’uomo si riappropria del costruire senza chiedere il permesso a un sistema che lo ha già escluso.
Emerge quando le norme non esistono più, o esistono solo per impedire l’accesso, quando l’architettura ufficiale continua a progettare città per caste, per funzioni astratte, per cittadini ideali, escludendo le ultime persone, che non esistono nel disegno.
Qui non ci sono masterplan.
Ci sono necessità.
Recupero di materiali.
Autocostruzione.
Regole non scritte, affidate – si spera – al buon senso.
È disagio?
O è lo specchio brutale di un sistema che ha scelto di non vedere, tollerare o peggio non affrontare?
Le barriere all’ingresso come progetto politico
Il caso di Borgo Mezzanone smaschera una verità scomoda:
le barriere all’ingresso sono funzionali al sistema.
Negare la cittadinanza.
Negare la residenza.
Negare i documenti.
Tutto serve a mantenere gli ultimi ultimi. A renderli ricattabili. Sfruttabili. Invisibili.
A Borgo Mezzanone il sangue viene spremuto come i pomodori che quei corpi raccolgono nei campi. E mentre i governi annunciano ruspe, fondi europei, piani di superamento, nulla cambia. I progetti vengono ridimensionati, cancellati, rifiutati. I soldi restano sulla carta. La baraccopoli cresce.
Non per errore.
Per convenienza.
Un messaggio ai progettisti
Questa è una chiamata in causa:
A chi progetta città ignorando gli ultimi.
A chi si rifugia nelle norme senza interrogarsi sulla giustizia.
A chi parla di legalità senza guardare le conseguenze umane.
L’anarchitettura non è un modello da celebrare.
È un fallimento del sistema da guardare in faccia.
Ogni baracca che diventa casa in muratura è una accusa silenziosa contro un sistema che ha abdicato al proprio ruolo.
Ogni città informale è la prova che si può fare altro rispetto all’architettura imposta dall’alto dai modelli top-down, come ad esempio quella fatta con i progetti finanziati dai fondi, che ha smesso di pensare al reale bisogno degli ultimi, in un sistema che premia il vertice e la speculazione.
Finché continueremo a chiamare “degrado” ciò che è sopravvivenza, continueremo a progettare città e luoghi disumani, escludendo persone, creando discriminazione e le caste degli ultimi.
Saranno comunità auto-organizzate a trovare e costruire soluzioni abitative, al posto dei progettisti bloccati da regolamenti, istituzioni tolleranti e al soldo di aziende che non prestano servizio alla comunità progettando per sftuttare.
Gli ultimi si appropriano del fare architettura, senza una preparazione adeguata, trascurando aspetti di sicurezza, ma dando possibilità alla spontaneità anarchica, facendo emergere l’anarchitettura.
Riferimenti:
Articolo su “Il Post” lunedì 10 novembre 2025 “La più grande baraccopoli d’Europa sta diventando una città” di Angelo Mastrandrea, foto di Andrea Sabbadini
https://www.ilpost.it/2025/11/10/borgo-mezzanone-citta





