Negli ultimi anni abbiamo assistito a una proliferazione di parole-feticcio: phygital, metaverso, NFT, digital twin, eduverso. Termini nati in ambito tecnologico e rapidamente assorbiti dal marketing, dalla governance pubblica e persino dal discorso sul patrimonio culturale.
Ma cosa stiamo davvero costruendo quando parliamo di “ecosistema phygital”? E, soprattutto, a chi serve?
Questo articolo non vuole negare le potenzialità delle tecnologie digitali applicate ai beni culturali. Vuole però sottrarle alla narrazione dominante che le piega a logiche di mercato, di piattaforma e di rendita finanziaria, spesso in nome di una presunta innovazione inevitabile.
Dal marketing al patrimonio: la parabola del “phygital”
Il termine phygital nasce nel mondo del marketing come fusione di physical e digital. Indica un’esperienza che tiene insieme oggetto fisico e sua estensione digitale.
La sua affermazione coincide con l’esplosione dei Non-Fungible Token, che nel 2021 hanno trasformato la proprietà digitale in un prodotto finanziario. Con gli NFT non si vendeva solo un file: si vendeva un certificato di unicità registrato su blockchain, tracciabile e scambiabile.
In ambito artistico, la cosiddetta cryptoarte ha promesso emancipazione per gli artisti e democratizzazione del mercato. In realtà, il fenomeno ha spesso riprodotto — in forma accelerata e speculativa — le stesse logiche del capitalismo finanziario: scarsità artificiale, hype, concentrazione di valore.
Nel passaggio al patrimonio culturale, il phygital ha assunto una veste più “nobile”: vendere o valorizzare un bene fisico affiancandogli un certificato digitale, una replica 3D, un’esperienza immersiva. Ma resta una domanda: stiamo producendo conoscenza o stiamo creando nuovi asset?
Metaverso: immersione o tracciamento?
Parallelamente, si è diffusa l’idea di metaverso: ambienti tridimensionali persistenti in cui muoversi con avatar, superando la bidimensionalità del web.
La narrativa dominante lo ha descritto come “evoluzione naturale” di Internet. Le grandi piattaforme — prima fra tutte Meta Platforms — hanno investito miliardi per colonizzare questo nuovo spazio.
Durante la pandemia, tour virtuali, ambienti immersivi e visori hanno rappresentato una soluzione contingente e, in molti casi, utile. Anche il mondo della scuola ha abbracciato l’idea dell’eduverso, declinando il metaverso in chiave didattica e integrandolo nelle strategie del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Ma qui emerge una tensione strutturale:
stiamo usando la tecnologia per ampliare l’accesso alla cultura o stiamo trasformando l’educazione e il patrimonio in nuovi mercati per l’industria dell’intrattenimento e del cloud?
L’immersione rischia di diventare un dispositivo di cattura: più dati, più tracciamento, più dipendenza da ecosistemi proprietari.
Digitalizzazione: conservazione o smaterializzazione?
Il primo passo dell’ecosistema phygital è la digitalizzazione. Scanner 3D, fotogrammetria, modelli poligonali: oggi strumenti relativamente accessibili consentono di riprodurre beni culturali con buona accuratezza.
Sul piano della conservazione, questo è un progresso reale. Creare archivi digitali tridimensionali può tutelare la memoria, facilitare studi, simulare interventi senza toccare l’originale.
Ma la digitalizzazione non è mai neutra. Trasformare un bene in dati significa:
- ridurlo a informazione computabile;
- inserirlo in infrastrutture tecnologiche;
- renderlo interoperabile con sistemi economici e piattaforme.
La domanda critica è: chi controlla questi archivi? Sono commons digitali o proprietà di soggetti privati?
Dal modello al simulacro: il Digital Twin
Con il Digital Twin si supera la semplice copia. Non più solo rappresentazione, ma modello dinamico capace di simulare comportamenti, integrare dati, prevedere scenari.
Il gemello digitale nasce in ambito industriale e aerospaziale. Applicato al patrimonio culturale, promette:
- simulazioni di interventi conservativi;
- monitoraggio strutturale;
- pianificazione di usi futuri;
- creazione di archivi 3D navigabili.
Qui il concetto di simulacro diventa centrale: una replica che non si limita a imitare, ma che “vive”, si aggiorna, produce scenari.
Potenzialmente, è uno strumento straordinario. Ma dentro quale paradigma viene inserito?
Se il Digital Twin diventa un asset dentro un ecosistema proprietario, governato da logiche di licenza e pay-per-use, il patrimonio collettivo si trasforma in flusso di rendita.
Ecosistema phygital: rigenerazione o valorizzazione estrattiva?
Nella sua formulazione più ambiziosa, l’ecosistema phygital dei beni culturali è un processo circolare:
- digitalizzare il bene fisico;
- costruire il gemello digitale;
- usare il modello per conservare meglio l’originale;
- attivare narrazioni immersive e performative;
- generare nuova cultura a partire dall’archivio.
Questa visione può effettivamente trasformare il patrimonio da oggetto passivo a risorsa attiva, riusabile, reinterpretabile.
Ma esiste un’ambiguità di fondo tra rigenerazione e valorizzazione.
Nel lessico neoliberale, valorizzare significa estrarre valore economico. Nel lessico comunitario, rigenerare significa restituire senso, attivare partecipazione, rafforzare legami.
La tecnologia non decide da sola quale delle due strade prenderemo.
Oltre l’hype tecnologico
Negli ultimi anni abbiamo visto una successione di ondate: NFT, metaverso, visori, ora intelligenza artificiale. Ogni volta la retorica è la stessa: rivoluzione inevitabile, trasformazione totale, chi non si adegua resta indietro.
In questo clima, il patrimonio culturale rischia di diventare terreno di sperimentazione per modelli imposti dall’alto, spesso più interessati alla scalabilità che alla complessità dei territori.
Eppure esiste un’altra possibilità:
- usare la digitalizzazione per costruire archivi pubblici aperti;
- sviluppare Digital Twin come strumenti di ricerca e cura, non di speculazione;
- progettare ambienti immersivi non come sostituti del reale, ma come dispositivi critici;
- mantenere il controllo dei dati in ambito pubblico o comunitario.
Tecnologia e responsabilità politica
L’ecosistema phygital non è un destino tecnologico. È una scelta politica.
Può essere:
- infrastruttura di conoscenza condivisa,
- strumento di tutela preventiva,
- spazio di sperimentazione culturale.
Oppure può diventare:
- piattaforma di monetizzazione del patrimonio,
- nuova frontiera di privatizzazione del bene comune,
- dispositivo di dipendenza da grandi attori tecnologici.
Il punto non è rifiutare la tecnologia. È sottrarla all’idea che debba necessariamente servire la crescita, la competizione, l’estrazione di valore.
Se il patrimonio è davvero di comunità, anche il suo doppio digitale deve esserlo.
Altrimenti il phygital non sarà una nuova dimensione culturale, ma solo l’ennesima estensione del mercato dentro ciò che dovrebbe restare, prima di tutto, memoria condivisa.
Approfondimenti:
PhD Summer School RigenerAliano. Una sperimentazione di rigenerazione urbana e territoriale del Patrimonio di Comunità – Data 26.02.2026 – Autori Alessandro Raffa, Annalisa Percoco (a cura di) – Pagine 177-182
https://www.feem.it/publications/phd-summer-school-rigeneraliano-una-sperimentazione-di-rigenerazione-urbana-e-territoriale-del-patrimonio-di-comunita





