Ci unisce l’essere orfani, lo stesso trauma: l’abbandono.
L’animale sociale si è organizzato in gruppi per sopravvivere. Il nostro cervello è rimasto quello atavico, capace di riconoscere una comunità di un massimo di 250 persone[1]; al di sopra di questa scala, la relazione diventa innaturale. Essa è resa possibile dai mezzi di comunicazione, che tuttavia avvicinano ma distorcono[2]. Per coordinare e gestire gruppi e comunità, la società si è strutturata in sistemi piramidali, in modo verticistico e gerarchico.
Attualmente vi è il percepito che la politica ci abbia abbandonati: i cittadini si sentono orfani, succubi di scelte imposte dall’alto degli impianti gerarchici. Non vi è più rispecchiamento e si rischia il non riconoscimento delle autorità. Oggi, ancor più di prima, a causa dello scollegamento della politica dalla comunità, occorre ricucire, riamalgamare e consolidare le comunità stesse.
Dal secolo scorso all’era degli algoritmi
Nel secolo scorso i partiti principali, come la DC e il PCI, avevano luoghi in cui si costruiva comunità: si trattava dei dopolavoro per i sindacati e i gruppi di lavoratori, e degli oratori per le comunità cattoliche. In questi spazi poteva nascere quello che manca oggi: il confrontarsi con gli altri.
Questo confronto è stato sostituito dalla comunicazione social, divisi da schermi e mediati da piattaforme che manipolano e gestiscono l’opinione pubblica e i consensi per finalità diverse. Ne sono un esempio le logiche algoritmiche, che servono per massimizzare l’engagement, e gli strumenti che captano i comportamenti delle persone a scopi di addestramento per elaborare previsioni.
Le persone hanno la necessità di rieducarsi al sociale, alla comunicazione naturale. Perciò occorre che si predispongano luoghi e occasioni periodiche di incontro e confronto, momenti nei quali il cittadino fa assemblea, dona il suo pensiero e, in definitiva, si dona alla comunità.
Oltre la cultura egoica: la tecnologia come mezzo
La costruzione della comunità è da sempre fondamentale e non può essere limitata a quella delle piattaforme social, poiché lì la comunicazione diviene facilmente distorta e manipolabile. Gli strumenti social sono figli di una cultura egoica che spinge molto sull’esibizionismo e costringe a seguire le regole degli algoritmi; di conseguenza, spinge ad attuare comportamenti volti ad attirare l’attenzione per essere più visibili. Questo sistema ci conosce meglio di noi stessi, in base alle azioni che compiamo.
Perciò occorre rieducarsi dalla cultura egoica per capire che, da sempre, l’umanità si è salvata solo grazie a gruppi che condividono, collaborano e partecipano alla comunità. La tecnologia può aiutare ad organizzarsi, ma occorre porsi in occasioni di incontro e confronto per associarsi e sentirsi parte di qualcosa che riguarda tutti: il proprio bene, il bene comune e il benessere.
In questo ambito, le logiche non sono solo materialiste, ma si tratta di superarle con lo spiritualismo: tanto più c’è legame quanto più vi è rispecchiamento negli altri. La comunità si costruisce con narrative riconosciute valide, accettate e condivise.
Proposte concrete: i luoghi della rinascita
Potrebbe essere possibile recuperare i negozi e le strutture abbandonate per farne dei centri sociali: all’interno dei condomini (cohousing), nei piccoli negozi di quartiere dismessi, oppure ripopolando i bar. Ognuna di queste strutture è sede di una comunità. Una comunità che accoglie i cittadini, che va oltre la lamentela e la segnalazione, e che raccoglie il loro pensiero facendo sintesi delle loro voci: una fucina e un laboratorio di idee, proposte e soluzioni.
La “Comunità dei 100”, cioè il raggruppamento di piccole associazioni di cittadini unite in modo spirituale, con relazioni forti (rispettando il Numero di Dunbar), permette di superare le logiche del pensiero unico liberale che ci vuole uniti solo per interesse e che, ad esempio, ci fa sentire concorrenti e utenti.
La spiritualità è il superamento del materialismo che permette di legare le persone verso qualcosa di più alto — il bene comune e il benessere — consentendo al singolo di farsi comunità.
La forza della narrativa condivisa: specchio dell’identità
Perché una comunità possa davvero costituirsi e resistere nel tempo, non bastano i luoghi fisici: serve una narrativa condivisa nella quale riconoscersi profondamente. È il racconto collettivo che permette il rispecchiamento reciproco tra i membri, saldando la singola esistenza all’identità del gruppo. L’essere umano non si unisce solo per vicinanza geografica, ma per comunione di senso.
Nel secolo scorso, questo meccanismo si attivava attraverso miti e valori potentissimi. Nell’oratorio e nella Chiesa, la comunità si fondava sulla condivisione del sacrificio di Cristo; questa narrativa sacra ed elevata rendeva i propri praticanti “esseri sacrificabili”, ovvero pronti a spendersi e a sacrificarsi per il prossimo e per il bene della comunità in nome di un amore trascendente. In modo simile, i lavoratori che si riunivano nei dopolavoro dei sindacati trovavano la propria identità nella narrativa della ribellione costruttiva: si riconoscevano nella lotta per il bene della categoria, uniti dal fine comune di migliorare le condizioni lavorative e conquistare i propri diritti. In entrambi i casi, era la partecipazione a un racconto più grande del singolo a trasformare un insieme di individui in un corpo sociale.
Oggi, in una realtà frammentata e digitalizzata come quella di Milano, c’è un profondo bisogno di nuove narrative che sappiano esercitare lo stesso richiamo spirituale, andando oltre il mero interesse materiale o l’utilitarismo economico.
Nuove narrative per la Milano di oggi: oltre il materialismo
Per ricostruire comunità a Milano, occorre offrire ai cittadini idee in cui rispecchiarsi che parlino alla loro interiorità. Ecco tre possibili narrative e ideologie capaci di intercettare questo bisogno spirituale e di generare un senso di appartenenza nei quartieri milanesi:
- La narrativa del “Custode del Tempo e dello Spazio Comune” (L’Ecologia Profonda)
Milano corre a ritmi frenetici e spesso alienanti. Una narrativa potente può fondarsi non sulla semplice ecologia materiale (la raccolta differenziata o i pannelli solari), ma sull’ecologia spirituale: l’idea che il cittadino sia il “custode” del benessere del proprio quartiere e delle generazioni future. Riconoscersi nella cura della terra urbana, nella rigenerazione verde degli spazi abbandonati e nel rallentamento del tempo significa ribellarsi alla logica del consumo. Il rispecchiamento avviene nel vedere nell’altro non un concorrente nello spazio pubblico, ma un co-custode della bellezza e della salute comune. - La narrativa della “Restituzione e della Vulnerabilità Condivisa” (Il Mutuo Soccorso Esistenziale)
Milano è una città che premia le performance e il successo, lasciando spesso indietro chi sperimenta solitudine o fragilità. Una nuova ideologia comunitaria può nascere ribaltando questo paradigma: una narrativa in cui la vulnerabilità non è una colpa, ma il punto d’inizio della solidarietà. Ispirandosi all’antico concetto delle società di mutuo soccorso, i cittadini possono rispecchiarsi nel valore della “restituzione”: chi ha ricevuto dalla città dona tempo, competenze o ascolto nei centri di quartiere o nei cohousing. La dinamica spirituale qui sta nel riconoscere l’altro come parte di sé, superando l’isolamento egoico attraverso il dono disinteressato del proprio pensiero e delle proprie energie. - La narrativa dell’Abitante Culturale (La Bellezza come Rito Collettivo)
I bar ripopolati, i vecchi negozi e i circoli possono diventare i nuovi “oratori laici” della cultura e del pensiero. La narrativa in questo caso celebra Milano non come capitale del commercio, ma come laboratorio di idee e fucina di umanità. Riunirsi periodicamente per fare assemblea, per condividere letture, filosofia, arte o dibattiti politici locali diventa un vero e proprio rito collettivo. I cittadini si rispecchiano nell’identità di “pensatori attivi” che rifiutano la passività degli algoritmi per riscoprire la parola naturale. La ricerca comune della verità e della bellezza diventa l’elemento spirituale che eleva il gruppo sopra le logiche materialiste del mercato.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Numero_di_Dunbar
[2] https://nardonechiara.it/art/la-solitudine-digitale-sempre-piu-connessi-e-sempre-piu-soli.html





